
Il lusso non è mai stato soltanto ricerca della bellezza o dimostrazione di ricchezza. In ogni epoca ha dato forma ai desideri, ai valori e all’idea di futuro di una società. L’alta sartoria non è mai stata soltanto un esercizio di eccellenza tecnica: è il linguaggio attraverso cui ogni tempo ha immaginato se stesso.
Basta pensare alla corte di Luigi XIV. A Versailles, gli abiti non erano semplicemente straordinari esempi di manifattura: traducevano in tessuto un ordine politico, una gerarchia sociale, una visione del mondo. Lo sfarzo non era fine a se stesso. Era il linguaggio con cui un’intera civiltà rappresentava il proprio presente e, insieme, la propria idea di futuro.
La recente sfilata di Alta Moda di Dolce & Gabbana nel Teatro Antico di Taormina si inserisce in questa tradizione. È stata concepita come un omaggio all’eccellenza dell’alta sartoria italiana e alla straordinaria capacità delle nostre maestranze di trasformare il tessuto in arte. È difficile non rimanere colpiti dalla qualità delle lavorazioni, dalla ricchezza dei dettagli e dal valore di un patrimonio artigianale che continua a distinguere il Made in Italy nel mondo.
Ma proprio da quell’ammirazione nasce una domanda.
Se l’alta sartoria continua a esprimere la stessa straordinaria maestria, qual è oggi il linguaggio attraverso cui il lusso immagina il futuro?
Ogni grande maison costruisce nel tempo un proprio linguaggio. Nel caso di Dolce & Gabbana, questo linguaggio prende forma nella sensualità mediterranea, nel barocco, nella religiosità popolare, nella Sicilia, nella teatralità, nell’opulenza. È un immaginario potente, coerente, immediatamente riconoscibile.
La questione, però, non riguarda la qualità di questi codici. Riguarda la loro capacità di continuare a interpretare il presente.
Le abilità richieste all’alta sartoria sono rimaste sostanzialmente le stesse: precisione, pazienza, creatività, conoscenza dei materiali, eccellenza artigianale. A cambiare è il mondo che quegli abiti sono chiamati a raccontare. Cambiano i modi di vivere il corpo, il desiderio, il prestigio, l’eleganza. Cambiano i linguaggi con cui una società immagina se stessa.
La teatralità è sempre stata una componente dell’alta moda. Ma quando la rappresentazione prevale sull’interpretazione del presente, il rischio è che la sfilata venga ricordata più come spettacolo che come anticipazione di un nuovo linguaggio.
La storia del lusso insegna che ogni grande stagione creativa ha saputo trasformare l’eccellenza artigianale in desiderio collettivo. La tecnica, da sola, non è mai bastata. A fare la differenza è sempre stata la capacità di dare forma a ciò che una società desiderava diventare.
Una maison non vive soltanto di prestigio culturale. Vive anche della capacità di alimentare il desiderio. E il desiderio nasce quando una proposta creativa riesce a entrare in sintonia con il modo in cui le persone immaginano se stesse. Se questa sintonia si indebolisce, la qualità artigianale rimane intatta, ma il linguaggio rischia di parlare soprattutto a se stesso.
Nel lungo periodo, nessuna maison può vivere soltanto dell’ammirazione per la propria storia. Deve continuare a generare desiderio. Ed è proprio il desiderio, prima ancora dei bilanci, a rappresentare il vero indicatore della vitalità di un linguaggio creativo.
Forse è proprio questa la sfida che oggi attende il lusso contemporaneo: custodire un patrimonio straordinario di saperi senza trasformarlo in un repertorio da ripetere, ma continuare a farne uno strumento capace di interpretare il presente e di immaginare il futuro.
Quali immagini del desiderio è ancora capace di generare il lusso contemporaneo?
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Dario Polatti
Sociologo della comunicazione
Geografie dell’umano