Chi sono

Ho attraversato mondi diversi. La sociologia mi ha aiutato a riconoscere ciò che, sotto forme differenti, continuava a interessarmi.

Sono un sociologo della comunicazione.

Ho sempre avuto curiosità per ciò che accade tra le persone e il mondo che costruiscono intorno a sé. I gesti, gli oggetti, le immagini, i comportamenti quotidiani possono sembrare evidenti. Raramente lo sono.

La sociologia mi ha insegnato a cercare le relazioni, i significati e i contesti che li rendono comprensibili.

Il mio sguardo, però, si è formato anche fuori dai luoghi della ricerca.

Dalla moda alle forme del vivere

Ho lavorato nella moda e nel sistema tessile, imparando a leggere l’abito come un sistema di simboli, aspirazioni e trasformazioni sociali.

Ho incontrato il lusso, i consumi e la comunicazione non soltanto come mercati, ma come modi attraverso cui le persone esprimono appartenenze, desideri e immagini di sé.

La regia delle sfilate mi ha portato a lavorare con lo spazio, i corpi, la musica e le immagini. Ho imparato quanto il significato possa nascere dall’accostamento e dalla sequenza, dal modo in cui elementi diversi vengono messi in relazione.

Nelle mostre e nei progetti culturali ho ritrovato un gesto simile: scegliere che cosa mostrare, costruire un percorso, lasciare che chi guarda possa stabilire connessioni anche inattese.

L’università e il valore delle domande

La ricerca e l’università hanno accompagnato una parte importante del mio percorso.

Insegnare mi ha costretto molte volte a tornare sulle cose che pensavo di conoscere. Davanti agli studenti, una teoria acquista senso soltanto quando riesce a incontrare l’esperienza e a rendere leggibile qualcosa del presente.

È anche lì che ho imparato a dare valore alle domande.

Non ho mai pensato all’insegnamento come alla semplice trasmissione di risposte. Mi interessa il momento in cui qualcuno comincia a vedere una relazione che prima non vedeva e costruisce, da quella scoperta, un proprio modo di comprendere.

Guardare i luoghi, incontrare le persone

Ho viaggiato molto e continuo a considerare il viaggio una forma di conoscenza.

Quando entro in una città che non conosco, raramente mi interessano soltanto i luoghi da visitare. Osservo come le persone occupano gli spazi, dove si incontrano, che cosa mostrano e che cosa rimane ai margini.

Le città raccontano molto di chi le abita.

Anche l’incontro con l’altro può cambiare il nostro modo di guardare. A volte basta uscire dai percorsi consueti per accorgersi che ciò che consideravamo naturale era soltanto uno dei molti modi possibili di abitare il mondo.

Un filo emerso nel tempo

Per anni ho pensato alla moda, alla ricerca, all’università, ai progetti culturali e ai viaggi come a esperienze diverse del mio percorso.

Solo nel tempo ho riconosciuto ciò che le avvicinava.

Mi interessa ciò che le forme visibili raccontano dell’umano.

Un abito può raccontare un’identità. Un oggetto desiderato può rivelare un sistema di valori. Un corpo porta con sé sguardi e rappresentazioni. Una città rende visibili distanze, incontri e trasformazioni. Una tecnologia può riportarci alle domande più antiche su ciò che significa conoscere, scegliere, essere umani.

È da questo modo di osservare che nasce Geografie dell’umano.

Un luogo in cui continuare a interrogare ciò che accade e seguire le tracce che fenomeni, esperienze e incontri lasciano nel nostro modo di essere umani.

Il mio percorso

Per conoscere le esperienze di ricerca, università, moda, comunicazione e progettazione che hanno accompagnato il mio lavoro:

Profilo professionale

Per una panoramica completa delle attività e delle esperienze:

Curriculum vitae