Una lettura sociologica della devianza contemporanea
La violenza giovanile occupa con frequenza le cronache: aggressioni, risse, violenze di gruppo, episodi di sopraffazione.
Di fronte a queste immagini, la risposta più immediata è spesso la più semplice: sono ragazzi senza educazione, senza valori, senza rispetto delle regole.
Ma la sociologia invita a porre una domanda diversa.
Che cosa ci dice la violenza dei giovani sulla società nella quale quei giovani sono cresciuti?
Non per giustificare chi compie violenza. La responsabilità individuale rimane.
Ma per comprendere quali condizioni sociali e culturali possano rendere possibile che la violenza diventi una modalità per affrontare il conflitto, ottenere riconoscimento o affermare la propria identità.
Quando le regole perdono forza
Émile Durkheim ha utilizzato il concetto di anomia per descrivere una condizione nella quale le norme perdono parte della loro capacità di orientare il comportamento.
Non significa necessariamente vivere senza regole.
Significa che le regole possono smettere di essere percepite come riferimenti condivisi.
Un giovane può sapere che non deve aggredire una persona.
Ma sapere che una cosa è vietata non significa necessariamente aver interiorizzato perché quella cosa è sbagliata.
Una società può quindi avere molte norme e, nello stesso tempo, avere difficoltà a trasformarle in responsabilità.
Quando le aspettative producono tensione
Robert K. Merton introduce un’altra prospettiva.
Ogni società propone delle mete: successo, riconoscimento, prestigio, affermazione personale.
Ma non offre necessariamente a tutti gli stessi strumenti per raggiungerle.
Quando la distanza tra ciò che viene chiesto di desiderare e le possibilità concrete di ottenerlo diventa troppo grande, possono emergere forme differenti di adattamento, anche devianti.
La domanda allora diventa:
che cosa accade quando una società alimenta aspettative di successo e riconoscimento senza offrire a tutti gli stessi strumenti per raggiungerle?
Il gruppo come luogo di riconoscimento
Albert Cohen ha mostrato come alcuni gruppi giovanili possano costruire propri criteri di status e di prestigio.
Il gruppo offre appartenenza.
Offre identità.
Offre riconoscimento.
Può diventare però anche il luogo nel quale vengono costruite regole diverse da quelle della società più ampia.
La forza, il coraggio, la capacità di non tirarsi indietro possono diventare allora forme di prestigio.

La violenza può trasformarsi in un linguaggio del gruppo.
Non soltanto rabbia, dunque.
Ma anche una modalità attraverso la quale dimostrare di essere qualcuno.
La devianza si apprende
Edwin Sutherland ha portato ancora più avanti questa riflessione sostenendo che anche i comportamenti devianti possono essere appresi nelle relazioni sociali.
Non apprendiamo soltanto come comportarci.
Apprendiamo anche come interpretare ciò che facciamo.
Se in un gruppo l’aggressività viene considerata una risposta normale a un’offesa, la violenza può progressivamente perdere il carattere di trasgressione.
Può diventare una condotta riconosciuta e persino premiata.
La domanda non è quindi soltanto:
perché un individuo trasgredisce?
Ma anche:
in quale ambiente ha imparato a considerare quella trasgressione accettabile?
Che cosa ci trattiene?
Travis Hirschi rovescia ulteriormente la prospettiva.
Non chiede soltanto perché alcune persone trasgrediscano.
Si chiede anche perché la maggior parte delle persone non lo faccia.
La risposta riguarda i legami sociali: famiglia, scuola, relazioni, appartenenze, impegni e aspettative verso il futuro.
Sono questi legami a creare qualcosa da perdere e, soprattutto, qualcosa a cui sentirsi legati.
Quando si indeboliscono, la norma può perdere parte della sua forza.
Non significa che chi cresce in una situazione fragile diventerà necessariamente violento.
Significa che la società costruisce anche attraverso i legami le condizioni della conformità alle regole.
La libertà e il limite
Queste teorie ci riportano a una questione più ampia: il rapporto tra libertà e limite.
Negli ultimi decenni abbiamo conquistato una maggiore autonomia individuale e messo in discussione molte forme tradizionali di autorità.
È stata una trasformazione importante.
Ma ogni trasformazione culturale lascia una domanda aperta:
che cosa sostituisce l’autorità quando l’autorità non è più sufficiente a orientare i comportamenti?
La risposta non può essere un ritorno all’autoritarismo.
Deve essere l’autorevolezza.
La capacità di trasmettere regole che non siano soltanto divieti, ma strumenti per comprendere che la propria libertà incontra necessariamente quella degli altri.
Perché il limite non è il contrario della libertà. È ciò che rende possibile la convivenza tra libertà diverse.
La violenza come specchio
Forse dovremmo allora smettere di osservare la violenza giovanile soltanto come un problema dei giovani.
Ogni generazione cresce dentro una società che trasmette valori, aspettative, modelli di comportamento e possibilità di appartenenza.
I giovani non sono semplicemente il prodotto della società.
Ma non sono nemmeno estranei ad essa.
La loro violenza può diventare uno specchio delle contraddizioni della società nella quale crescono.
Una società che chiede successo e riconoscimento, ma non sempre costruisce luoghi nei quali sentirsi riconosciuti.
Che difende la libertà individuale, ma talvolta fatica a trasmettere il senso della responsabilità.
Che possiede molte regole, ma non sempre riesce a trasformarle in valori interiorizzati.
Comprendere queste condizioni non significa assolvere chi compie violenza.
Significa cercare di capire come una società possa ridurre le condizioni che rendono la violenza possibile.
Forse la domanda più importante non è perché alcuni giovani siano diventati violenti.
È capire che cosa dobbiamo ancora essere capaci di trasmettere perché un giovane impari che la propria forza non ha bisogno della sopraffazione dell’altro.
Che cosa deve cambiare nella nostra società perché libertà, limite e responsabilità tornino a essere parte della stessa idea di essere umano?
Continua l’esplorazione
➡️ 🟪 Il bisogno umano di essere visti
Il riconoscimento come bisogno fondamentale nella costruzione dell’identità.
➡️ 🟪 Uno, nessuno, centomila: chi siamo negli occhi degli altri
Quanto della nostra identità nasce dallo sguardo degli altri.
➡️ 🟪 La società dell’indifferenza
Quando lo sguardo sull’altro si spegne e la relazione perde valore.
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Dario Polatti
Sociologo della comunicazione
Geografie dell’umano