🟪 La società dell’indifferenza

Perché una società si impoverisce quando non riconosce più l’altro

Questa mattina, ascoltando una radio locale, una notizia mi ha lasciato addosso una sensazione difficile da descrivere.

Una donna, dopo aver investito due motociclisti in una rotatoria, si è allontanata senza fermarsi a prestare soccorso. Uno dei due uomini è rimasto gravemente ferito.

Non conosco quella persona. Non conosco le circostanze, la paura o il panico che possono aver accompagnato quei pochi istanti.

Eppure, più della cronaca, mi ha colpito la domanda che quella vicenda porta con sé.

Che cosa accade dentro un essere umano perché arrivi ad allontanarsi lasciando un altro essere umano a terra?

Forse la domanda più giusta è un’altra: che cosa sta accadendo alla nostra società perché episodi simili sembrino diventare sempre più frequenti? Questa domanda non riguarda soltanto quell’automobilista. Riguarda tutti noi.

Episodi simili sembrano moltiplicarsi. Persone che provocano incidenti e fuggono. Chi assiste a un’aggressione senza intervenire. Chi preferisce filmare invece di aiutare.

Gesti diversi, accomunati da una stessa impressione: il dolore dell’altro, anche quando diventa richiesta di aiuto, sembra non riuscire più a interrompere il corso delle nostre vite.

È facile liquidare tutto parlando di egoismo, mancanza di educazione o assenza di valori. Sono spiegazioni che contengono una parte di verità.

Ma, da sociologo, sento che il problema è ancora più profondo.

Credo che l’uomo contemporaneo stia progressivamente perdendo la capacità di lasciarsi coinvolgere dall’esistenza dell’altro, fino a non sentirne più il dolore come qualcosa che lo riguarda.

È qui che nasce la società dell’indifferenza.

Per molto tempo abbiamo pensato che il progresso coincidesse con la velocità, l’efficienza, la crescita economica e lo sviluppo tecnologico.

Abbiamo costruito una società capace di connettere miliardi di persone in tempo reale, ma sempre meno capace di creare relazioni profonde.

Siamo continuamente esposti alla presenza degli altri e, paradossalmente, sempre meno toccati dalla loro vita.

Ogni giorno scorrono davanti ai nostri occhi guerre, incidenti, catastrofi, tragedie personali. Le vediamo sullo schermo del telefono mentre facciamo colazione, aspettiamo un autobus o siamo in coda al supermercato. Il dolore è diventato una presenza costante del paesaggio mediatico.

Quando tutto diventa visibile, però, esiste un rischio: che nulla riesca più davvero a colpirci.

Non perché siamo diventati persone peggiori, ma perché l’eccesso di esposizione può trasformare lentamente l’eccezionale in ordinario.

Anche il dolore.

A questo si aggiunge un’altra trasformazione, meno evidente ma forse ancora più decisiva.

Viviamo in una cultura che ci educa continuamente a mettere noi stessi al centro: i nostri obiettivi, il nostro tempo, la nostra realizzazione, la nostra immagine.

Quando questa prospettiva diventa dominante, l’altro rischia di apparire non più come una persona, ma come qualcosa che interrompe il nostro percorso.

Un ostacolo.

Un contrattempo.

Una complicazione.

Forse è proprio qui che comincia la fuga.

Non quando qualcuno preme sull’acceleratore, ma molto prima, quando smette di riconoscere nell’altro un volto che lo interpella.

Da tempo la sociologia interpreta questo fenomeno attraverso prospettive diverse.

Durkheim parlava di anomia, Bauman di legami liquidi, molti studiosi hanno analizzato l’individualismo crescente delle società contemporanee.

Tutte queste letture convergono su un punto: una società non si regge soltanto sulle istituzioni o sulle leggi. Si regge sulla qualità delle relazioni che i suoi membri riescono a costruire.

Una comunità esiste finché le persone continuano a sentirsi reciprocamente responsabili.

Quando questa responsabilità si affievolisce, la società non crolla all’improvviso. Si svuota lentamente.

È per questo che, da tempo, sento il bisogno di parlare di un nuovo umanesimo. Non come slogan, ma come necessità culturale.

Mettere l’essere umano al centro non significa esaltare l’individuo.

Significa restituire valore alla relazione, ricordandoci che nessuno diventa pienamente umano da solo.

Nelle conferenze dedicate alla bellezza sostengo spesso che la bellezza non coincide con l’armonia delle forme.

La bellezza è, prima di tutto, un modo di stare nel mondo.

È la capacità di vedere l’altro.

Di lasciarsi toccare dalla sua fragilità.

Di riconoscere che il suo destino, in qualche misura, riguarda anche noi.

Forse il problema più grande del nostro tempo non è aver perso il senso della bellezza.

È aver smesso di lasciarci raggiungere dall’esistenza dell’altro.

Perché è lì, prima ancora che nelle opere d’arte o nei paesaggi, che la bellezza continua a nascere.

Bertolt Brecht scriveva che «l’uomo è il bene più prezioso dell’uomo».

Forse dovremmo ripartire proprio da qui. Perché una società non comincia a morire quando perde ricchezza o tecnologia.

Comincia a indebolirsi quando il dolore di uno sconosciuto non riesce più a fermare il nostro cammino.

Ogni società è il riflesso dello sguardo che rivolge all’altro. Quando quello sguardo si spegne, prende forma la società dell’indifferenza.

Ma questa è la domanda più inquietante: come può un essere umano arrivare a non sentire più il dolore di un altro essere umano?

È una domanda che merita una riflessione a sé, perché ci conduce nel territorio più difficile da esplorare: quello dell’animo umano.


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Dario Polatti
Sociologo della comunicazione
Geografie dell’umano