Che cosa accade quando smettiamo di chiedere allo sguardo degli altri il permesso di sentirci abbastanza?
“Io sono bellezza.”
È una frase difficile da pronunciare.
Forse perché siamo abituati a pensare la bellezza come qualcosa che deve essere riconosciuto dagli altri.
Qualcuno ci guarda.
Ci desidera.
Ci approva.
Ci dice che siamo belli.
E allora, almeno per un momento, possiamo crederci.
Ma che cosa accade quando quello sguardo non arriva?
Il corpo sotto osservazione
Impariamo molto presto che il corpo viene guardato.
Commentato.
Confrontato.
Una frase ascoltata da bambini può rimanere per anni.
Sei troppo magro.
Sei ingrassato.
Hai un bel viso.
Peccato per il naso.
Dovresti curarti di più.
Sono parole.
Ma quando incontrano il corpo possono diventare uno sguardo che continuiamo a portare con noi.
Anche quando chi le ha pronunciate non è più presente.
A volte ci guardiamo attraverso occhi che non sono più davanti a noi.

Cercare conferme
Forse è anche per questo che il riconoscimento della bellezza sembra dipendere così spesso dagli altri.
Uno sguardo può rassicurarci.
Un complimento può modificare il modo in cui entriamo in una stanza.
L’indifferenza può renderci improvvisamente invisibili.
Il corpo diventa allora un luogo esposto.
Cerchiamo continuamente segnali.
Sono visto?
Sono desiderabile?
Sono abbastanza?
Non chiediamo soltanto se siamo belli.
Chiediamo quale posto possiamo occupare nello sguardo degli altri.
Abitare il proprio corpo
Dire io sono bellezza non significa dichiararsi perfetti.
E neppure convincersi di possedere qualità che gli altri non vedono.
Forse significa qualcosa di più difficile.
Smettere di osservare il proprio corpo soltanto dall’esterno.
Un corpo non è soltanto una forma da mostrare.
È il luogo dal quale abbiamo attraversato il mondo.
Ha avuto paura.
Ha desiderato.
È stato toccato.
Respinto.
Accolto.
Ha portato il tempo.

Abitare il proprio corpo significa forse riconoscere che il suo valore non comincia nel momento in cui qualcuno lo approva.
Quando lo sguardo ritorna a noi
Non possiamo vivere senza lo sguardo degli altri.
Abbiamo bisogno di essere visti.
Il riconoscimento ci costruisce.
Ma esiste forse un momento in cui lo sguardo deve compiere un movimento diverso.
Ritornare a noi.
Non per dirci che siamo perfetti.
Ma per riconoscere il corpo che abbiamo abitato fino a qui.
Le sue forme.
Le sue tracce.
La sua storia.
Forse dire io sono bellezza significa proprio questo.
Non chiedere più alla bellezza di cancellare ciò che siamo.
Lasciare che, almeno qualche volta, cominci da lì.
Quanto del modo in cui guardiamo il nostro corpo appartiene davvero ai nostri occhi e quanto agli sguardi che abbiamo imparato a portare dentro di noi?
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Dario Polatti
Sociologo della comunicazione
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