Che cosa accade quando prendersi cura non significa correggere qualcosa, ma riconoscere che può essere ferito?
Ci prendiamo cura di ciò che riconosciamo come fragile.
Di ciò che può essere ferito, trascurato, consumato.
Anche il corpo appartiene a questa fragilità.

Del corpo ci prendiamo cura ogni giorno.
Lo nutriamo.
Lo proteggiamo.
Lo vestiamo.
Lo tocchiamo.
Eppure esiste una linea sottile tra prendersi cura di un corpo e cercare continuamente di correggerlo.
Il corpo da correggere
Il corpo contemporaneo è sottoposto a un’attenzione continua.
Lo osserviamo.
Lo misuriamo.
Lo confrontiamo.
Più giovane.
Più magro.
Più tonico.
Più levigato.
La cura rischia allora di trasformarsi in un lavoro incessante sull’insufficienza.
Non interveniamo più sul corpo perché lo riconosciamo come qualcosa da custodire.
Interveniamo perché continuiamo a considerarlo incompleto.
La stessa azione può nascere da sguardi molto diversi.
Possiamo prenderci cura del corpo perché lo ascoltiamo.
Oppure perché non riusciamo ad accettare ciò che vediamo.
Il gesto può sembrare lo stesso.
Cambia ciò che lo precede.
Quando la cura diventa controllo
La cura non riguarda soltanto il corpo.
Ci prendiamo cura anche delle persone.
Ma anche qui il confine può diventare incerto.
Possiamo proteggere qualcuno e, poco alla volta, decidere al suo posto.
Possiamo preoccuparci e trasformare la preoccupazione in controllo.
Possiamo dire lo faccio per te e non accorgerci più di ciò che l’altro desidera.
Custodire non significa trattenere.
Forse significa riconoscere che ciò di cui ci prendiamo cura possiede un’esistenza che non ci appartiene interamente.
Un corpo.
Una persona.
Una storia.
La cura comincia anche dal limite.
Custodire
Prendersi cura significa forse riconoscere che qualcosa non ci è indifferente.
Ma custodire non significa necessariamente migliorare.
Non tutto ciò che è fragile deve essere corretto.
Non tutto ciò che cambia deve essere riportato a un modello.
A volte la cura comincia proprio quando smettiamo di domandarci come qualcosa dovrebbe essere.
E iniziamo ad ascoltare ciò che abbiamo davanti.
Quanto della cura che dedichiamo al nostro corpo e agli altri nasce dal desiderio di custodire, e quanto dalla difficoltà di accettare ciò che non corrisponde alle nostre attese?
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Dario Polatti
Sociologo della comunicazione
Geografie dell’umano