Il prezzo sociale del vantaggio personale
Ci sono comportamenti che definiamo quasi con simpatia.
«È furbo.»
«Sa come muoversi.»
«Non si fa prendere in giro.»
A volte lo diciamo persino con ammirazione.
Ma siamo sicuri che la furbizia sia una forma di intelligenza?
La capacità di trovare una soluzione, adattarsi alle circostanze e comprendere rapidamente una situazione è intelligenza pratica. La furbizia è qualcosa di diverso: compare quando il proprio vantaggio passa attraverso l’inganno, l’aggiramento di una regola o l’utilizzo opportunistico dell’altro.
Il furbo pensa di avere trovato una scorciatoia. Ma quella scorciatoia ha spesso un costo per qualcun altro.
Il piccolo vantaggio
Saltare una fila, non pagare ciò che si dovrebbe, mentire per ottenere qualcosa, approfittare della distrazione degli altri possono sembrare comportamenti insignificanti.
Ma una società non è costruita soltanto dalle grandi decisioni. È costruita anche da milioni di comportamenti quotidiani attraverso i quali impariamo se possiamo fidarci degli altri.
Quando la furbizia diventa normale, qualcosa comincia a cambiare. Chi rispetta le regole rischia di apparire ingenuo, mentre chi riesce ad aggirarle viene considerato capace.
La scorrettezza diventa abilità.
Perché in Italia la furbizia diventa una qualità
È difficile non riconoscere un elemento culturale nella nostra idea di furbizia.
In Italia, almeno nell’immaginario collettivo, chi riesce ad aggirare un ostacolo può essere guardato con una certa ammirazione. Non è necessariamente un disonesto: è uno che «sa come muoversi». Uno che trova il modo. Uno che non si lascia ingabbiare dalle regole.
E chi, invece, rispetta scrupolosamente ciò che dovrebbe fare rischia talvolta di sentirsi dire: «Sei troppo ingenuo.»
Questa è forse una delle domande più interessanti che possiamo porci: perché la regola viene così spesso percepita non come qualcosa che protegge tutti, ma come un limite che il più abile riesce a superare?
La risposta non sta in un presunto carattere naturale degli italiani. Nessun popolo nasce più furbo o più onesto di un altro.
Si tratta di una cultura che ha una storia.
Per lungo tempo, in molte parti d’Italia, lo Stato è stato percepito come qualcosa di lontano dalla vita concreta delle persone: un potere che imponeva tasse, obblighi e leggi, ma che non sempre garantiva protezione, equità e servizi.
In una società nella quale il potere pubblico non viene percepito come «nostro», ma come qualcosa di esterno, può accadere che rispettare una regola non significhi contribuire al bene comune, ma semplicemente subire un’imposizione.
E allora aggirarla può sembrare quasi una forma di difesa.
La storia della cultura politica italiana è stata spesso letta attraverso la centralità dei legami particolari, della famiglia, delle reti di conoscenza e della difficoltà di estendere la fiducia oltre la propria cerchia. Le interpretazioni di Banfield sul familismo amorale, pur molto discusse e non generalizzabili all’intero Paese, hanno posto proprio questa questione: che cosa accade quando la responsabilità morale è forte verso «i nostri», ma diventa più debole verso gli sconosciuti e le istituzioni?
La famiglia, l’amico, il conoscente diventano il nostro mondo. Il resto rischia di diventare semplicemente un sistema nel quale bisogna riuscire ad arrangiarsi.
La regola come ostacolo
Forse è qui che nasce una parte della cultura della furbizia italiana.
La domanda non diventa: «Qual è la cosa giusta da fare?»
Diventa: «Come posso fare per cavarmela?»
Non ci chiediamo che cosa accadrebbe se tutti facessero la stessa cosa. Ci chiediamo se possiamo ottenere un vantaggio senza pagarne le conseguenze.
E se vediamo che gli altri aggirano le regole, la nostra disponibilità a rispettarle diminuisce.
«Perché dovrei pagare io?»
«Perché dovrei aspettare io?»
«Perché dovrei rispettare questa regola se nessuno la rispetta?»
Nasce così un circolo vizioso.
La sfiducia produce furbizia. La furbizia produce altra sfiducia.
E, poco alla volta, la società smette di essere uno spazio comune e diventa una competizione permanente tra individui che cercano di ottenere qualcosa prima degli altri.
Le ricerche sulla cultura politica e sul capitale sociale in Italia hanno effettivamente mostrato quanto il rapporto tra fiducia, partecipazione civica e istituzioni sia centrale e quanto il quadro italiano sia territorialmente molto differenziato. Non esiste, quindi, una sola «cultura italiana» della furbizia: convivono tradizioni civiche molto diverse.
La fiducia che si consuma
Durkheim ci ha mostrato quanto le norme condivise siano importanti per la coesione sociale. Una società non vive soltanto perché esistono delle regole, ma perché le persone riconoscono che quelle regole valgono anche quando nessuno controlla.
Se penso che gli altri cercheranno continuamente di approfittarsi di me, cambierò il mio comportamento. Diventerò più diffidente, più individualista, meno disposto a collaborare.
Il vantaggio del singolo può così trasformarsi in una perdita collettiva.
Il furbo pensa di avere fregato qualcuno. In realtà, quando viene scoperto, consuma un po’ della fiducia di cui tutti abbiamo bisogno.
Quando l’io viene prima del noi
È qui che la riflessione sociologica diventa più ampia.
Edward Banfield, studiando il rapporto tra interesse particolare e bene comune, ha mostrato quanto la prevalenza del vantaggio immediato possa rendere difficile la cooperazione.
La sua teoria è stata molto discussa e non può essere utilizzata per spiegare automaticamente l’intera società italiana. Ma la domanda che ha posto rimane importante: che cosa accade a una comunità quando l’interesse particolare conta più di ciò che possiamo costruire insieme?
La domanda riguarda anche la nostra quotidianità: che cosa accade quando la prima domanda che ci poniamo davanti a ogni situazione è sempre «che cosa ci guadagno io?»
Avere interessi personali è inevitabile. Il problema nasce quando l’interesse personale diventa l’unico criterio attraverso il quale decidiamo ciò che è giusto fare.
L’etica civica
Forse dovremmo tornare a parlare di etica civica.
Non significa essere perfetti. Significa riconoscere che vivere insieme richiede anche la capacità di rinunciare a un piccolo vantaggio personale quando quel vantaggio danneggia gli altri.
Rispettare una fila, mantenere una promessa, pagare ciò che dobbiamo, rispettare una regola anche quando potremmo aggirarla sono gesti minimi.
Ma è attraverso questi gesti che una società costruisce fiducia, reciprocità e senso di appartenenza.
La vera domanda, allora, non è se siamo abbastanza intelligenti da trovare una scorciatoia.
È se siamo abbastanza maturi da capire che, qualche volta, non prendere quella scorciatoia è il modo per rendere migliore il luogo nel quale viviamo tutti.
Quando il furbo perde
C’è poi qualcosa che il furbo spesso non considera: prima o poi viene riconosciuto.
Gli altri capiscono come si comporta. E allora cambia lo sguardo nei suoi confronti. La sua parola vale meno, la sua affidabilità diminuisce, la fiducia si interrompe.
Può continuare a essere abile. Può continuare a trovare scorciatoie.
Ma perde qualcosa che non si conquista con nessuna furbizia: la credibilità.
Perché la stima nasce anche dalla possibilità di sapere che cosa aspettarsi da una persona.
Una società di furbi
Il problema, allora, non è che esistano persone furbe. Esisteranno sempre.
Il problema nasce quando una società comincia a considerare la furbizia una qualità: quando l’onestà diventa ingenuità, quando rispettare le regole significa «farsi fregare», quando il vantaggio personale conta più della reciprocità.
A quel punto la furbizia non è più soltanto un comportamento individuale. Diventa una cultura.
Una cultura nella quale la regola è vista come un ostacolo, il bene comune come qualcosa che appartiene a tutti e quindi a nessuno, e il vantaggio personale come l’unica prova concreta dell’intelligenza.
E una cultura nella quale tutti cercano di ottenere qualcosa a spese degli altri finisce per diventare una società nella quale nessuno si fida più di nessuno.
Forse la vera intelligenza non consiste nell’essere abbastanza furbi da ottenere sempre qualcosa in più.
Consiste nel comprendere che il nostro vantaggio dipende anche dalla qualità della società nella quale viviamo.
Perché nessuno può stare bene davvero in una società nella quale tutti cercano di fregare tutti.
Siamo davvero più intelligenti quando troviamo una scorciatoia, o stiamo semplicemente contribuendo a costruire una società nella quale nessuno si fida più di nessuno?
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Dario Polatti
Sociologo della comunicazione
Geografie dell’umano