🟨 Homo Faber e la resistenza della materia

A Homo Faber 2026, dove il gesto e la materia resistono alla logica della superficie.

Quando la materia torna a parlare

Ho visitato Homo Faber 2026 a Venezia. Più di cinquecento artigiani provenienti da oltre settanta Paesi hanno portato nelle sale della mostra centinaia di oggetti nei quali tecnica, ingegno e lavoro manuale diventano visibili.

Ma ciò che mi ha colpito non sono state soltanto le opere finite. Sono stati i gesti, gli strumenti, i materiali e soprattutto i molti giovani che ho visto lavorare nei laboratori.

Il cuoio, il vetro, l’argilla, il metallo. E poi i tessuti, le sete, i broccati, le lavorazioni con i fili d’oro al telaio.

Materie e tecniche diverse, unite dalla cura del fare.

È stato allora che ho pensato all’Homo Faber: all’uomo che attraverso il fare costruisce una parte del proprio mondo.

Il telaio: il gesto dell’artigiano trasforma il filo in tessuto.

Dall’Homo Faber all’uomo della superficie

Da sociologo, mi sono chiesto che cosa sia rimasto oggi di quell’uomo.

L’Homo Faber sembra progressivamente lasciare spazio all’Homo Ludens e all’Homo Aestheticus: l’uomo dell’immagine, del consumo, della spettacolarità e dell’estetizzazione della vita quotidiana.

Il problema nasce quando la superficie prende il posto della profondità e l’immediatezza sostituisce l’esperienza.

Viviamo in un tempo nel quale quasi tutto è disponibile con un gesto. A Homo Faber, invece, ho incontrato qualcosa che resiste a questa logica: la materia.

Forme spiraliformi in metallo: la tecnica diventa espressione.

La mano che pensa

Quei giovani artigiani mi hanno fatto pensare che la manualità non appartenga necessariamente al passato. Può essere, al contrario, una forma contemporanea di presenza.

Per realizzare un oggetto bisogna conoscere una materia e misurarsi con i suoi limiti. L’argilla ha la sua consistenza, il vetro i suoi tempi, il metallo richiede forza e precisione, il filo deve seguire il telaio.

La materia oppone resistenza.

Di fronte a quei banchi di lavoro ho pensato a Richard Sennett e a L’uomo artigiano. Il fare, nella sua prospettiva, non è separabile dal pensare: la mano non esegue semplicemente ciò che la mente ha già deciso, ma impara nel rapporto con la materia.

Ogni oggetto ben fatto contiene così qualcosa che non vediamo immediatamente: il sapere che lo ha prodotto.


Quando la materia diventa forma

Qui la riflessione può incontrare Massimo Recalcati e Il miracolo della forma. Per un’estetica psicoanalitica.

Ciò che accade davanti a un oggetto ben fatto è, in fondo, questo: la materia diventa forma. Una forma nella quale rimangono il gesto, la tecnica e il desiderio di chi l’ha costruita.

Una delle installazioni di Homo Faber 2026, tra luce, materia e immaginazione.

Ed è qui che ritorna la bellezza.

Dostoevskij ha scritto che «la bellezza salverà il mondo». Ma quale bellezza?

Non soltanto quella che colpisce immediatamente lo sguardo. Esiste una bellezza che conserva nella propria forma la traccia del lavoro che l’ha generata.

Un tessuto, un oggetto di vetro, una ceramica possono raccontare tutto questo senza bisogno di parole.

Ma occorre saperli guardare.

Non basta vedere. Bisogna imparare a riconoscere ciò che lo sguardo, da solo, non vede.


L’Homo Faber è ancora tra noi

Sono uscito da Homo Faber pensando che l’Homo Faber non sia affatto scomparso.

È nelle mani di quei giovani che scelgono di imparare un mestiere, nella curiosità di chi esplora una materia e cerca una forma, nella capacità di trasformare un’idea in qualcosa che prima non esisteva.

Forse è questo che il fare artigianale continua a ricordarci: l’umano non è soltanto ciò che guarda e consuma, ma anche ciò che costruisce e lascia una traccia.

Forse, allora, la domanda non è se l’Homo Faber possa salvare il mondo.

È più semplicemente questa:

siamo ancora capaci di riconoscere la bellezza di ciò che è stato fatto bene?


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➡️🟨 La bellezza comincia quando lo sguardo cambia

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Dario Polatti
Sociologo della comunicazione
Geografie dell’umano