🟪 Ciò che resta da dare

Quando cambia il ruolo che abbiamo avuto nella vita, possiamo scoprire quanto sia importante riconoscere ciò che abbiamo ancora da trasmettere.

Quando cambia il tempo della vita

Per molti anni la nostra vita è organizzata intorno a ciò che dobbiamo fare. Il lavoro scandisce le giornate, gli impegni stabiliscono le priorità, le responsabilità ci chiedono continuamente di esserci.

Poi arriva un momento in cui tutto questo cambia.

Il lavoro finisce, alcune responsabilità si alleggeriscono, i figli hanno costruito la propria vita e molte delle cose che davano una struttura alle nostre giornate non ci sono più.

È una libertà che può essere preziosa, ma anche disorientante.

Perché quando vengono meno gli impegni che per anni hanno definito il nostro tempo, può diventare necessario chiedersi non soltanto che cosa fare, ma chi essere.

Quello che abbiamo ricevuto

Forse è proprio allora che possiamo guardare alla nostra storia con occhi diversi.

Molto di ciò che siamo non lo abbiamo costruito da soli. Abbiamo ricevuto conoscenze, opportunità, affetto, insegnamenti. Abbiamo incontrato persone che hanno lasciato qualcosa nella nostra vita. Abbiamo imparato anche dagli errori, dalle difficoltà, dalle relazioni che non hanno funzionato.

La gratitudine nasce anche da questa consapevolezza: riconoscere che una parte di ciò che siamo arriva dagli altri.

Ma ciò che abbiamo ricevuto non è necessariamente qualcosa da conservare. Può diventare esperienza, conoscenza, attenzione. Può trasformarsi in qualcosa che continua oltre noi.

Quando non ci sentiamo più necessari

Non è però sempre così.

Ci sono persone per le quali la fine del lavoro o di un ruolo sociale importante coincide con la sensazione di non avere più un posto. Viene meno il riconoscimento che arrivava dalla professione, dalle responsabilità, dalle relazioni costruite negli anni.

E può comparire un vuoto.

Quando un ruolo finisce, può aprirsi un vuoto. Ma anche la possibilità di guardare ciò che della nostra esperienza può ancora essere trasmesso.

Qualcuno cerca di riempirlo con un’attività continua. Qualcun altro si ritira, si chiude, smette di interessarsi alle cose. In alcuni casi il disagio può trovare rifugio nell’alcol, negli eccessi o in una vita sempre più apatica.

Non significa che queste siano semplicemente conseguenze della pensione. Le ragioni sono molte e diverse. Ma la perdita di un ruolo può rendere più difficile rispondere a una domanda essenziale: che cosa rappresento ancora per gli altri?

Ed è qui che il tema dell’utilità diventa delicato.

Essere utili non significa essere indispensabili

Siamo abituati a misurare il nostro valore attraverso ciò che facciamo. Il lavoro, le competenze, i risultati, le responsabilità ci restituiscono un’immagine di noi stessi.

Quando tutto questo viene meno, possiamo confondere l’essere necessari con l’avere valore.

Ma non sono la stessa cosa.

Non dobbiamo essere indispensabili per avere un posto nel mondo. Possiamo invece riconoscere che ciò che abbiamo imparato, vissuto e compreso può ancora essere significativo per qualcun altro.

Una conoscenza può essere trasmessa. Un’esperienza può diventare consiglio. Un’attenzione può diventare cura. Una passione può generare un incontro.

Ciò che resta da dare

Forse è questo che sto scoprendo anch’io in questa fase della vita.

Ho continuato a scrivere, a viaggiare, a fare volontariato, a cercare la bellezza e a occuparmi delle cose che mi interessano. Non perché abbia bisogno di dimostrare di essere ancora produttivo, ma perché riconosco che alcune parti di ciò che sono possono ancora entrare in relazione con gli altri.

Non tutti troveranno la stessa strada. E non deve esserci necessariamente una nuova attività da riempire.

Forse, però, esiste una domanda che può accompagnare questa fase della vita:

che cosa, di tutto ciò che abbiamo ricevuto, abbiamo ancora la possibilità di trasmettere?

Perché forse invecchiare non significa soltanto perdere qualcosa. Significa anche arrivare a un punto in cui possiamo finalmente comprendere che cosa della nostra storia merita di non finire con noi.

Che cosa della nostra vita può ancora continuare attraverso qualcun altro?


Continua l’esplorazione

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Dario Polatti
Sociologo della comunicazione
Geografie dell’umano