Non desideriamo i luoghi. Desideriamo ciò che rappresentano.
Perché sogniamo luoghi che non abbiamo ancora conosciuto
Avevo circa dieci anni quando decisi che sarei partito per l’Olanda con una famiglia di campeggiatori conosciuta durante l’estate.
Per me era una decisione naturale. Per mia madre, molto meno. Ricordo ancora il suo tentativo, quasi disperato, di convincermi a rinunciare. Alla fine rimasi a casa.
Per molti anni ho pensato che quel desiderio di partire fosse soltanto il sogno di un bambino.
Oggi credo fosse qualcosa di diverso.
Sono cresciuto in una famiglia che gestiva un’attività turistica con campeggio. Ogni estate arrivavano famiglie provenienti da tutta Europa. Sentivo parlare lingue diverse, osservavo abitudini sconosciute, ascoltavo racconti di città e Paesi che allora potevo soltanto immaginare.
Per me quel campeggio non era soltanto il luogo delle vacanze. Era una finestra aperta sul mondo. Ogni incontro allargava i confini della mia immaginazione.
Quando conobbi quella famiglia olandese, il desiderio di partire nacque quasi spontaneamente. Non volevo soltanto visitare un altro Paese.
Volevo entrare in quel mondo che, estate dopo estate, avevo imparato a immaginare.
Solo molti anni dopo ho capito che non ero attratto dall’Olanda in sé. Mi affascinava l’immagine che, attraverso quei racconti, avevo costruito di quel Paese.
L’immaginario precede l’esperienza
Le immagini di Ceuta hanno fatto il giro del mondo. Migliaia di persone hanno cercato di raggiungere quella piccola enclave spagnola sulle coste del Marocco. Quelle immagini ci ricordano una domanda che riguarda tutti noi: come nasce il desiderio di un luogo che non abbiamo mai conosciuto?
Quel ricordo della mia infanzia mi è tornato subito alla mente. Naturalmente le due esperienze non sono paragonabili. Io ero un bambino curioso; quei giovani affrontano condizioni di vita, rischi e speranze profondamente diversi.
Eppure il meccanismo che mette in movimento il desiderio sembra lo stesso.
Prima di conoscere un luogo, ne costruiamo un’immagine. È dentro quell’immagine che nasce il desiderio.
Pochissimi conoscono davvero New York, Parigi, Dubai o le Maldive prima di visitarli. Eppure quasi tutti hanno già un’idea di quei luoghi.
Quell’idea nasce da fotografie, film, libri, racconti di viaggio e, oggi, soprattutto dai social network.
Molto prima dell’esperienza, esiste già l’immaginario.
I media costruiscono anche l’immaginario
Marshall McLuhan sosteneva che il medium è il messaggio. Non voleva dire che il contenuto fosse irrilevante, ma che ogni mezzo di comunicazione modifica il nostro modo di percepire la realtà.
Oggi questa intuizione appare ancora più attuale. I media non si limitano a informarci. Rendono visibili alcuni aspetti del mondo, ne oscurano altri e contribuiscono a costruire il nostro immaginario collettivo.
Ma questo processo è molto più antico dei social network.
Da bambino il mio immaginario non è stato costruito da Instagram o da YouTube. È nato ascoltando i racconti delle famiglie straniere che ogni estate arrivavano al campeggio.
Ogni epoca ha avuto i propri costruttori di immaginario. Per secoli sono stati i mercanti, i pellegrini e gli esploratori a raccontare città lontane. Poi sono arrivati i libri, il cinema e la televisione. Oggi sono i social network.
Cambiano i mezzi di comunicazione.
Resta lo stesso bisogno umano di immaginare un altrove.
Quando l’immaginario orienta le scelte
Il caso di Ceuta lo mostra con chiarezza. Una voce diffusa attraverso i social è bastata a mobilitare migliaia di persone.
Che quella voce fosse vera oppure no cambia poco rispetto alla riflessione sociologica.
Le persone non agiscono soltanto sulla base dei fatti.
Agiscono anche sulla base delle rappresentazioni che ritengono credibili.
L’immaginario non rimane nella mente.
Può orientare decisioni, comportamenti e progetti di vita.
Imparare a guardare anche chi costruisce le immagini
Viviamo immersi in un flusso continuo di fotografie, video, notizie e racconti.
Non possiamo sottrarci.
Possiamo però imparare a porci una domanda in più.
Non soltanto:
Che cosa sto guardando?
Ma anche:
Chi sta contribuendo a costruire questa immagine del mondo?
Ogni rappresentazione illumina alcuni aspetti della realtà e inevitabilmente ne lascia altri fuori campo.
Esserne consapevoli non significa smettere di sognare.
Significa comprendere meglio da dove prendono forma i nostri desideri.
Ripenso spesso a quel bambino che voleva partire per l’Olanda.
Allora credeva di desiderare un Paese.
Oggi so che stava inseguendo un’immagine del mondo.
Per questo, osservando gli sguardi dei ragazzi di Ceuta, non mi domando soltanto dove vogliano arrivare.
Mi domando quale immaginario abbia alimentato il loro desiderio di partire.
Forse è proprio lì che nasce ogni viaggio: molto prima della partenza, dentro un’immagine.
Quali luoghi abitano oggi la tua immaginazione, ancora prima di essere entrati nella tua esperienza?
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Dario Polatti
Sociologo della comunicazione
Geografie dell’umano